RECENSIONI

Questa è la sezione riservata alle recensioni. Inviami i tuoi manoscritti sia editi che inediti; li leggerò e pubblicherò una mia nota.

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Nota a “La casa dei limoni” il romanzo inedito di Haydir Majeed

 

25 ottobre 2008

 

 

Ho letto il romanzo inedito di Haydir Majeed intitolato “La casa dei limoni” ed  ho avuto da subito la percezione di alcuni aspetti relativi ai sensi visivi, olfattivi e gustativi: il giallo,l’odore e il sapore acre dei limoni.

E’ un romanzo che almeno dal titolo ha un colore: il giallo; un sapore:acre; un odore:quello dei limoni per l’appunto. Ecco come l’ho immaginato da subito leggendo il solo titolo.

 

Quando penso ai limoni penso a posti caldi, mediterranei e assolati allora mi chiedo  come possa sopravvivere un albero di limone dentro una casa; in questo caso il fantastico, il surreale e il sogno ci vengono in ausilio.

Inizio la mia lettura.

Non è semplice; inizialmente trovo virtuose  parole  che arrivano a dettagliare l’indettagliabile. Devo apparentemente arrendermi ,ma come risposta inizio a sognare, almeno come penso abbia fatto l’autore con la sua immaginazione.

 

Da subito cerco, sbagliando, di catalogare il romanzo. Non ci riesco. Apparentemente sembra una commedia , talvolta un poema, altre volte ancora lo immagino come un vero e proprio dipinto surreale. Mi colpisce quando,all’inizio, si imbatte nel descrivere il semplice appartamento di Susanna che “…sfilava via dal palazzo come un cassetto da un mobile”. Le parole  divengono poesia, ancora in altre circostanze, quando l’autore si lascia andare in riferimenti relativi a “la bellezza di vedere il mondo con tutti i propri beni al seguito, di modo che non si possa avere nostalgia di nulla”.

I sogni puerili  tornano, di tanto in tanto, con visi mostruosi di esseri infernali policefali, anguille a più teste, strani leoni e animali ultraterreni.

 

Sono gli stessi sogni che facevamo da bambino, solamente che ora si ripropongono con una proporzione disarmante.

Tutto ciò sarà frutto della predestinazione, quando constata che anche quando si compiono azioni a fin di bene in realtà non si fa altro che conoscere il vero volto del male.

 

In realtà la continua “ricerca” che l’autore pone come ulteriore chiave di lettura tra le vicende che accompagnano i suoi personaggi, contraddice la predestinazione stessa; quando predice con forza divinatoria che “a noi piccoli uomini deve esserci concesso il privilegio di vedere da vicino le forze motrici del destino”.

Lo sforzo, purtroppo non viene ripagato ed ecco che constata che “Su questa terra priva di centri vorrei raccogliermi …piegarmi le gambe contro il petto”.

L’essere appare senza anima, senza Dio, abbandonato a se steso nella propria inutilità e solitudine: il suo corpo sembra diventare pietra: pietra umana.

Mi soffermo soltanto con una delle tantissime riflessioni che mi sono venute in mente.

 

A tratti mi trovo di fronte ad una miriade d’aforismi, concatenati tra loro.

La ricerca o meglio, il cammino, arriva a delineare il destino con precise fattezze.

A metà del romanzo osserva che “Il mondo ai miei occhi, è andato in coma e niente di sacro accompagna la sua morte in me”.

Poi ancora il sogno che diventa “utopia” che si contrappone al realismo come uno specchio ed ecco che Dio, che mai ci abbandona, e il timore di Dio stesso diventano l’unica “speranza”.

 

Anche la propria terra e la nostalgia di essa, assumono un’importanza intima, ma la realtà ci fa capire che “Una volta sradicati dalla propria terra, nessuna terra è più la nostra terra”.

 

Il romanzo si trasforma nella parte finale proprio come gli innumerevoli esseri umani ed animali lo hanno popolato, in un vero e proprio trattato di fede dove l’immagine di Dio è stampata in un cielo saturo di Blu.

 

Non ho raccontato la storia, le vicende e i vari personaggi: se lo avessi fatto avrei sminuito ogni intento dell’autore. L’invito è quello di leggerlo, sperando che Haydir si decida a pubblicarlo

 

Concludo i miei pochi spunti che ho riportato in questa breve nota confermando che qualsiasi bugia detta in questo romanzo è senz’altro una virtù.

(Proprio come l’autore dice in uno dei tanti virtuosi aforismi che popolano questo…romanzo?)

 

 

 

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Riflessioni sulla silloge di poesie “Nugellae” di Licia Macioci:la luna è nel cielo.

 

11 Ottobre 2008

 

“La ricerca è un continuo e incessante cammino.

Un eterno chiedere e chiedersi.

L’amore cerca l’amore, l’odio cerca l’odio,la sofferenza la sofferenza.

Nulla di umano per natura si genera ma tutto muta, si trasforma e rinasce ancora.

L’acqua torna nell’acqua, il fuoco nel fuoco, l’aria nell’aria.

 

Ciò che appartiene al genere umano è tuttavia fragile tanto nel corpo quanto nell’anima ma ahimé il corpo ha una visibilità  l’anima non la ha.

Non mi è difficile fare queste considerazioni da una prima lettura della silloge ma è necessario rileggere e appuntare a parte l’ombra dell’ apparente chiarezza.

 

L’anima rappresenta da sempre il vero campo da battaglia su cui  si incontrano e scontrano tutte le passioni:l’amore, la gioia il dolore…

In queste liriche si dà forma, sostanza e materia a un qualcosa che è intangibile. Cosa?

La sofferenza. La sofferenza è tangibile e se sofferenza è conseguenza dell’amore allora anche l’amore ha tangibilità.

Se amare porta al fatalismo indistinto, l’importante è che quello a cui si tende raggiunge le fattezze di un Dio che “Forse… c’è, ma è troppo lontano”.

Allora ecco la natura che mai abbandona alcuno; viene sempre in soccorso come una madre o un amante immaginario a dare e ad infondere la pace e l’armonia.

Il sogno ad “occhi aperti” può rendere possibile anche il riuscire a prendere “la Luna nel pozzo”

Alla fine la tua ricerca fa assomigliare la donna ad una bambina quando nella lirica “Gioco d’amore” si frappone  “io e te e il nulla”, “io e te e il tutto”

 

L’amore tanto sofferto è il motore della vita e se non si ha quel “tutto”, il nulla che si può avvertire è soltanto apparente ai sensi.

Nulla sarà l’indefinito, l’infinito e eterno insieme come una musa , come una dea che leggera vive tra i mortali.

La luna è nel cielo”

 

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Nota critica al giovane Stefano Chichiarelli che mi ha mandato il suo romanzo “Il ruggito della tigre”

 

Leggo con molta curiosità questo romanzo scritto da Stefano Chichiarelli anche perché conosco parte delle vicissitudini del manoscritto e le indecisioni su una sua possibile pubblicazione.

Nella lettura è stato necessario appuntare a parte, i numerosi spunti e impressioni sulle tematiche affrontate notando che l’intero testo ha uno sviluppo circolare, lasciando al lettore la possibilità di entrare ed uscire in qualsiasi momento.

Ho cercato di ricostruire in modo assolutamente soggettivo il pensiero principale ma già so che leggendolo ancora una volta cambierei le mie osservazioni…

 E’ vero che a volte l’amarezza del “tempo perduto” e del “non fatto” prevale sulla stessa esistenza.

E’ vero anche che talvolta questa  consapevolezza coincida con l’infelicità.

L’impressione lampante è che tutto quello che “non si è fatto” non  possa essere recuperato; eppure il tempo fa maturare un po’ come fa perennemente il cielo, le cui nuvole cambiano mostrando diverse fattezze anche quando tutto sembra piatto: basta un po’ di vento a sconvolgere quelle forme e farle assumere contorni reali o surreali. Le “nuvole” cambiano forma in ogni momento e, come l’acqua, scorrono sotto i nostri occhi incessantemente.

In tutto questo, ahimé, la realtà ha tratti contrastanti: la guerra contro il coraggio irrobustito dall’amore e dall’amicizia.

“Il potere e l’attaccamento ad esso rendono folli”, dice l’autore, e poi ancora che è “meglio morire che vivere da schiavi”. Con dolore, asserisce ancora, che, molte volte, la guerra è necessaria per liberare la terra dai milioni di soprusi che la inquinano.

 In questo trambusto, l’anima umana continua a porsi domande che probabilmente resteranno senza risposte: “Perché il suo migliore amico era fuggito?”.

Sono domande banali, quasi fanciullesche ma che inquietano e che rendono vulnerabili perché vedono crollare ideali genuini  in cui si crede.

Molte volte è proprio alle domande banali che non si riesce a rispondere illudendoci di avere una conoscenza di tutto il resto.

La metafora del cielo viene ripresa ancora una volta  a metà racconto quando dice “…L’alba rappresenta l’inizio di una nuova giornata. Spero che per me rappresenti l’inizio di una nuova vita.”

(il romanzo è edito da ilmiolibro ordinabile on-line su www.ilmiolibro.it )

 

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Notarella all’amico e poeta Franco Casadei sul suo ultimo libro “I giorni ruvidi vetri”

 

Ottobre 2007

“La solitudine è la voce più assillante dell’anima che cerca di divincolarsi in tutti modi dall’oblio. E’ quasi un’attrazione questo tendere al nulla, all’indefinito e all’indefinibile; nello stesso tempo rappresenta anche il timore e  necessità di un “appoggio” concreto che spesso ha le fattezze di donna. Resta nella solitudine del poeta dibattere, come un campo di battaglia in serbo al proprio cuore, se la  donna sia  anche rinascita e quindi liberazione. Talvolta mette proprio la realtà  (la donna) contro l’indefinito (oblio). La solitudine  ne è soltanto la voce.  Nelle ultime poesie dedicate per lo più alla natura si riesce, apparentemente, a sperare; e donna è speranza come Demetra , dea della

 

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Qualche impressione sul libro dell’amica poetessa Patrizia Pallotta: “Il dolce e l’amaro”

“Finalmente ho avuto due minuti per buttare giù la reminiscenza, che ho ancora, della tua raccolta “Il dolce e l’amaro”; dico reminiscenza in senso platonico del termine come quelle idee che sono presenti in un mondo diverso dal nostro e che abbiamo dimenticate. Se si riesce come una levatrice a tirar fuori messaggi e verità ,senza essere insegnanti o professori, si attua, come hai fatto tu, quella solida base dialettica propria dei pensatori di valori universali; e si sa i poeti sono anche pensatori. Non discuto  il valore o il contenuto tecnico formale delle liriche ma l’impressione istintiva che ho nella lettura è che l’olio che scorre tra quei difficili ingranaggi è quello più puro e nulla stride.Mi soffermo su alcuni temi umani a me cari che sono emersi tra cui la fragilità umana. Non si arriva mai a definirla : è sempre soggettiva e sfuggente; Si contrappone tuttavia un eco di particolarismi che ne descrivono accuratamente la conseguenza quando le barriere che ci creiamo cedono davanti al dolore. L’uomo di per se fragile, capitola davanti ad esso. L’unica difesa è quel silenzio dal quale ci si raccoglie come cocci rotti e ci si ricompone piano piano per continuare con fatica a vivere. Questa è la mia modesta impressione sulla tua raccolta.”

 

 

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