Reportage Libano: Il colore dei mandarini

Libano 19/12/07-10/01/08

 

Mi trovo da pochi giorni a casa tra le comodità più disparate; da pochi giorni sono tornato dal Libano.

E’ da un po’  che collaboro con le O.n.G. per progetti a breve termine.

Questa volta il progetto in “Media Education in Peace” aveva come oggetto i  Media; parola che ha sempre generato  sconforto e speranze, verità nascoste, figli di palinsesti pubblicitari e  di lobbies.

Non riesco a parlare del Libano. Sarebbe d’obbligo parlarne per capire, per capirsi  ma  non ne sarei capace. Non sono né uno storico né un cronista.

Prima della partenza,  dopo 2 giornate di formazione, ho provato a leggere, come sempre faccio, tra i mille impegni che ognuno ha, gli accadimenti salienti sulla Lonely Planet su Wikipedia.

La copertina della Lonely rappresentava le  rovine romane di Baalbek. Stupidamente ho avuto una strana fiducia in me come se il passato “romano” lasciato potesse creare un collegamento, non so di quale genere; solo fine avrei realizzato che erano solo rovine, macerie romane.

Ho cercato di capire le peculiarità delle circa 20 confessioni religiose che ci sono, dei partiti, la geopolitica e ancora…  Israele , la Siria, l’Iran, il problema dei campi profughi palestinesi; poi  ho letto le dimensioni di questo stato che appare bambino con i suoi 250 km di costa e  40 km di larghezza, ma nello stesso tempo adulto con rughe senili che incalzano di ora in ora. Dopo i primi giorni promisi a me stesso di non farmi più  domande e di non  capire secondo la mia logica; ho cercato maldestramente di camuffarmi kefiah al collo come loro, di dire Salam aleycum e Inshallah (…se Dio vuole).

Avevo dimenticato che la kefiah avesse diversi colori; ogni colore ha  un significato come ogni minimo dettaglio che qui è a noi sconosciuto.

Il nostro progetto nato in collaborazione tra il S.C.I. (Servizio Civile Internazionale) e The blogtv aveva la sede operativa nel campo profughi di Burj As Shamali a Tiro (Sur) a Sud del Libano. Era necessario un permesso speciale per accedervi  ma nonostante fossero tanti i posti di blocco c’erano tantissime entrate secondarie non presenziate. Dettagli anche questi.

Il nostro gruppo era costituito da volontari che avevano competenze in fotografia , video, Blog e conoscenza dei  software per la  gestione del materiale prodotto.

Lo scopo è stato quello di creare 5 blogs per farli gestire dai ragazzi di 5 diversi villaggi a Sud del Libano: Srifa, Bint, Ayta, Debel e Burj.

Villaggi distrutti, che mai si ricostruiranno con strade attorniate dalle foto dei martiri che qui sono la “resistenza” a prescindere; che siano provenienti da  Hezbollah, Hamal o dal Partito Comunista.

Qui è facile innamorarsi, basta poco: basta una stretta di mano per stabilire già un contatto quasi divino. Mi chiedo ancora come Sarah, dopo avermi preso il diario, mi abbia scritto di aver visto il Libano nei miei occhi. Per loro ero il libanese. Fisicamente sono molto simili a noi.

Non mi soffermo sulle macerie, sui campi minati che ancora fanno vittime, sarei noioso anche se la televisione (quale?) non ne parla più. Qui c’è silenzio e ancora non ho capito se dietro esso si nasconda una rinascita o una conferma: l’oblio eterno.

Vorrei parlare di ogni momento , della partita di calcio Italia – Palestina , giocata su uno sbrecciato e pezzi di vetro e finita uno a uno, con il mio goal fatto dopo aver tirato una gomitata in faccia al difensore bambino scalzo che mi marcava: io con le scarpe da trekking.

Vorrei parlare del sorriso di Hassan degli occhi di Malak…

Non ho tempo, qui il tempo mi è stato  amico e nemico nello stesso istante .E’ maledetto e benedetto.

Queste sono soltanto impressioni di un occidentale, distanti anni luce da  quel che può essere verosimile una “verità” o una semplice opinione.

Finito il campo sono andato in Syria, ma dopo pochi giorni non ho saputo resistere…dovevo tornare giù nel sud del Libano ad Adloun dove avevo amici. Era l’ 8 gennaio, il giorno dell’attentato all’Unifil e su quella strada sarei passato mezz’ora dopo.

In serata  si sentivano sfrecciare aerei; era notte non si riuscivano a vedere. Avvertivamo solo il frastuono e boati: intanto stavamo mangiando mandarini che qui usano servire già sbucciati.

Gli aerei, mi dissero, che non erano né libanesi né dell’ Unifil.

Ho continuato a mangiare mandarini; qui sono molto buoni, li ho accompagnati  con il  solito  tè, in attesa del taxi per l’aereoporto per Beirut.

Ci siamo abbracciati. Ci siamo salutati. Ho violato il saluto arabo baciando una donna. Sul cielo ancora boati. Mi sono sentito piccolo, come questa terra, come le sue macerie.

Qui non serve essere grandi. E’ la mia piccola verità. La mia piccola speranza.

 

Inshallah

 

contatti: dimitri.ruggeri@gmail.com

 

Qualche foto: http://picasaweb.google.com/dimitri.ruggeri/LIBANO

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Informazioni su Staff "Il Blog di DIMITRI, il verseggiatore"

Dimitri Ruggeri è un poeta e performer vocale. Consegue la maturità presso Scuola Navale “F. Morosini” di Venezia e la laurea all’Università “La Sapienza” di Roma. Tra le raccolte poetiche si segnalano Parole di grano (2007), Status d’amore (2010), Carnem Levare, (2008), Il Marinaio di Saigon (2013, Premio della critica Mioesordio 2014 – Gruppo Editoriale L’Espresso), Soda caustica (2014). Ha partecipato a Poetry Slam, Festival di poesia e ai più importanti Festival di videopoesia in Europa. Nel 2006 è stato ospite al programma RAI (Futura) Miss Poesia. Ha viaggiato in più di settanta paesi nel mondo. Maggiori informazioni su www.dimitriruggeri.com Vedi tutti gli articoli di Staff "Il Blog di DIMITRI, il verseggiatore"

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