Press Festival: Dis-formation, la dura legge del Far–west.

Il nuovo giornalismo

 

(Abstract pubblicabile dell’Art Reportage tratto della performance “Kal-pestati, il decimo comandamento”,

Rappresentata da POPact durante la manifestazione  27 settembre Roccasecca FR)

 

 

Voglio essere presuntuoso. Voglio farmi delle domande e darmi delle risposte.

Sono io l’unico Dio, oh avventore che in me ti imbatti!.

 E’ un peccato, un grande atto di autostima o una grande responsabilità?

 

Con del generalismo potrei pensare che la prima categoria di dannati sarebbe posta tra chi si guarda in maniera “pavoneggiante” allo specchio senza reputare le conseguenze di ciò che si domanda e ciò che si risponde.

E’ come se vedessi un “Metropolis” anni trenta adattato al terzo millennio: giornalismo come “automismo”, il giornalismo del patentino, il giornalismo del dibattito e dello scoop, il giornalismo del “dis-ordine”, anch’esso casta: scopro improvvisamente che anche il termine “casta” è stato “brandizzato” come la “koka kola”. Il giornalismo della saccenza. Scopro improvvisamente che “Saccenza” potrebbe essere una marca di un noto profumo tanto buono quanto effimero. Ancor peggio se francese. Ancor meglio se cinese…un giornalismo che veste minigonne, calze a rete e tacchi a spillo. Un giornalismo retrò, kitsch…anche questa oggi viene considerata arte. Un giornalismo che non c’è.

Presunzione come breve durata. Presunzione come utopia. Presunzione come presunzione.

Scopro improvvisamente cos’è “utopia”. Scopro improvvisamente cos’è “idealismo”

Scopro che sono parole come la parola “zucchina” e “patata”, “mafia” e “spaghetti”.

Questo atto di autostima lo metto nella consapevolezza dell’”agire” in questo modo, del “farsi domande” in questo modo e del “darsi delle risposte” in questo modo.

 

Siamo ancora in alto mare anche se da lontano vediamo un atollo con due o tre palme al massimo.

Il naufrago si avvicina, ma c’è la possibilità che la sua navicella, provata dopo lunghe burrasche, affondi senza rimedio. Tutto, potrebbe accadere; o forse nulla.

Potrebbe essere la genesi della vita, dell’inferno o peggio ancora dell’ignavia, della perenne stasi di una portaacqua che sta in vita alla fonda a cento metri dalla riva: né mare né terra: nulla.

 

Un grande atto di responsabilità? Dibattere sulla vita quando si è in vita, sulla morte, quando si è morti.

Il nuovo giornalismo? Da automi a Zombi ovvero  morti che un tempo hanno vissuto.

Come ogni buona novella ecco un campanellino che ci suona da vicino:

“Ricordati di attestare il vero”, in una parola: “Non attestare il falso”. Chi è?

Dio? Può darsi. io?. Potrebbe essere qualche Santo, Buddah, Allah, il fantasma di Ghandi o il re dei santoni indiani: un certo “Parola veloce”.

Inizio un cammino tra mostri e sagome informi, schiacciate a terra senza pietà: ogni parola è sbattuta in prigione senza giustizia, senza verità. Pietra bianca che cerca pietra nera. E’ notte non vedo più niente. L’immagine di un Santo che ha dato lustro a questo posto: San Tommaso, un gatto che immagino si chiami come tutti i gatti: Leo, una campana che rintocca come in ogni paese: Don Don. Musica Rock fusa a quella Pop senza identità.

Lustro le scarpe al Santo, volo come Chagal tra le finestre di Piazza Castello con chiodi e martello alla mano.

 

Sembro essere il carnefice di Cristo.

Vorrei essere la ciclostile che copre le mie forme su plastica. La plastica è immortale.

Vedo rovine, soltanto rovine: rovine grigie… un tempo potevano essere bianche poi sono diventate nere. Questa è la mia speranza.

Continuo a guardare il cielo. Mi autodisciplino, promulgo le mie leggi e mi accorgo vedendo un anziano che indossa abiti neri che un giorno potrei essere solo proprio come lui.

Il decimo comandamento che cerco non lo trovo.

Sono senza scarpe, senza patentino per esercitare, disoccupato, senza ordine dei giornalisti, senza voce per far “salotto”, senza fame per mangiare, inappetente tra appetenti.

Sono invecchiato per un istante che è sembrato un’infinità.

Una due, tre, quattro scale.

E’ notte il cellophane è lì a terra ormai inumidito, riflette la luce artificiale. Mi va tutto storto.

Teste vuote a terra in balia di calci, teste di plastica e di carne insieme. Teste dure che non si rompono o teste vuote che non provano dolore anche se spaccate.

 

Torno adolescente e rivango con nostalgia un mio aforisma vecchio vecchio…

“Le parole armano le verità, le verità le speranze”

Ora aggiungo…a “speranze” la parola “giuste”

 

Il giornalismo? Una grande e insoddisfatta  responsabilità

La verità? La sua maniacale chimera.

 

Bang-Bang, benvenuti nel mio Far-West

 

Dimitri Ruggeri

 

 

 

Qualche ArtisticPicture  del service POPact e di documentazione

 

 

 

 

 

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Informazioni su Staff "Il Blog di DIMITRI, il verseggiatore"

Dimitri Ruggeri è un poeta e performer vocale. Consegue la maturità presso Scuola Navale “F. Morosini” di Venezia e la laurea all’Università “La Sapienza” di Roma. Tra le raccolte poetiche si segnalano Parole di grano (2007), Status d’amore (2010), Carnem Levare, (2008), Il Marinaio di Saigon (2013, Premio della critica Mioesordio 2014 – Gruppo Editoriale L’Espresso), Soda caustica (2014). Ha partecipato a Poetry Slam, Festival di poesia e ai più importanti Festival di videopoesia in Europa. Nel 2006 è stato ospite al programma RAI (Futura) Miss Poesia. Ha viaggiato in più di settanta paesi nel mondo. Maggiori informazioni su www.dimitriruggeri.com Vedi tutti gli articoli di Staff "Il Blog di DIMITRI, il verseggiatore"

2 responses to “Press Festival: Dis-formation, la dura legge del Far–west.

  • picasso01

    Posto una e-mail arrivata che commenta acutamente l’articolo

    “Beh, in effetti non so in quale pagina, se fossi ancora al giornale ti pubblicherei un articolo così!!! Non te la prendere, guarda che capisco, non sono una zombie di giornalista da salotto!!
    Il tuo è un linguaggio che conosco, mi ricorda il futurismo da una parte e tanto la beat generation, Burroughs, Gregory Corso e tanti altri, ma anche il linguaggio tras-versale del 77 bolognese.
    Detto questo, io lo passo ad Alessandro e penso che lo pubblicherà nel sito!
    Ciao a presto
    Ps Ma i manichini, non mi piacciono per niente. Perchè volete dare un messaggio così negativo, o meglio disumano? Ci sono altri modi per denunciare le schifezze di questa società”

  • picasso01

    La mia risposta al post del 30 settembre nella parte in cui si chiede il perchè

    “spesso invece di guardare mi metto nei panni di chi guarda…
    un manichino osserva, respira, sembra apparentemente morto, è il diverso, il nascosto, l’inespresso
    di noi stessi, del nostro corpo e della società intera
    Il suo sguardo assente può essere un grido richiesto d’aiuto”
    Sta a noi farlo rivivere per uccidere i nostri mostri.
    Un manichino è solo plastica. e noi soltanto carne.”

    Dimitri

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